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titolo 2017-03-08 - 8 MARZO - Festa della donna?

Viviamo tempi strani.

Le più grandi battaglie sociali e politiche sono orientate da decenni a promuovere la cultura della morte: eutanasia, eugenetica, aborto.

Tutte pratiche che costano e fruttano tantissimi soldi, che invece potrebbero essere ben meglio investiti promuovendo la vita e la cultura della vita.

E allora mi chiedo: dove sta, in questo contesto socio-politico, il genio femminile, lo stile femminile, la vocazione femminile che, come diceva Edith Stein, è quella di “proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere” [1] la vita?

L’8 Marzo è la festa della donna: ma oggi chi è la donna? Cosa significa essere donna? Per chi e per cosa si batte la donna e cosa ci si aspetta da lei?

Stupisce come il pensiero contemporaneo liquidi o snobbi donne del livello culturale e filosofico di Edith Stein, che, con un approccio basato sulla sua formazione di studiosa di fenomenologia, concilia la ragione umana con l’antropologia cristiana, scrivendo pagine memorabili sull’identità dell’uomo e della donna a partire dal racconto di Genesi (1, 26-28) [2].

La filosofa e mistica tedesca dice subito che non si può parlare e definire la donna e la sua vocazione senza parlare e definire anche l’uomo e la sua vocazione secondo il progetto di Dio. “Già nella prima narrazione della creazione dell’uomo – scrive la Stein – si parla subito della differenziazione in maschio e femmina. Poi all’uno e all’atra viene imposto il triplice compito: essere immagine di Dio, procreare una posterità e dominare la terra”... [3]

Basta riflettere su cosa o come la nostra società si rapporti oggi a questi tre comandi, che sono iscritti nella nostra natura umana, per comprendere il perché di tanta disarmonia, divisioni, guerre nonostante le declamate promesse di un mondo migliore, più tollerante, più aperto a tutti e dove tutti possano trovare piena cittadinanza.

Viviamo tempi dove le grandi idee sono state rimpiazzate dagli slogan.

Quando si parla di donne c’è spesso, se non sempre, una strana retorica: si parla, giustamente, della peculiarità del genio femminile che deve essere sempre più valorizzato ed integrato in ogni ambito della vita sociale.

Anche la Chiesa, da sempre, ma oggi forse più decisamente che in passato, è attenta  alla donna ed al suo ruolo ecclesiale, come ha detto ieri il Card. Gianfranco Ravasi in occasione della presentazione alla Sala Stampa vaticana  della Consulta Femminile (l’organismo permanente, istituito all’interno del Pontificio Consiglio della Cultura nel giugno 2015 per dare spazio e continuità alla voce delle donne all’interno del Dicastero): “Vuole essere soprattutto uno sguardo femminile rivolto a tutte le attività del nostro Dicastero. Il loro contributo potrebbe essere segnalato a due livelli.

Da un lato certamente sui contenuti; alcuni contenuti che non avevamo previsto e che fanno parte di più della loro esperienza femminile, della loro esperienza di lavoro, anche laica.

Il secondo aspetto è quello dello stile: riuscire a introdurre, per esempio, una lettura molto più globale, colorata, della realtà e dei temi che noi affrontiamo, facendo perdere un po’ quell’analisi che è solo squisitamente teologico-filosofica, propria del linguaggio ecclesiale”. Tutto vero, tutto giusto, tutto prezioso, tutto doveroso.

Ma se si vuole realmente il bene della donna, la valorizzazione della donna, l’emancipazione della donna, non si possono misconoscere la violenza, la malvagità, l’orgoglio, la sete di potere e di dominio di cui, purtroppo, anche noi donne siamo capaci.

Parlare della violenza di genere è necessario ma non sufficiente ad una vera crescita di consapevolezza e di conoscenza, perché la violenza di genere non è a senso unico: se è vero che è intollerabile la violenza omicida degli uomini verso le donne, non possiamo pensare di combattere una vera battaglia di pari dignità e di rispetto reciproco se non siamo disposte, come donne e come società, a riconoscere anche i casi in cui sono le donne, in qualche modo, ad “uccidere” moralmente, economicamente, psicologicamente, socialmente gli uomini che le hanno rese madri.

La violenza di genere esiste ma è reciproca, anche se si manifesta in modo differente e spesso non equiparabile, e sempre colpisce la parte più debole delle due, a seconda delle circostanze.

Il tema è scottante, ma non può essere ignorato oltre.

Non ho sottomano le statistiche aggiornate di quanti siano, solo in Italia, gli uomini ridotti sul lastrico da donne che esigono alimenti per loro e/o per i loro figli che i padri non sono oggettivamente in grado di pagare. Di donne che, con scuse di ogni genere, e persino con la menzogna, ostacolano il rapporto dei figli con il loro padre.

Di donne che spaccano in due il cuore dei loro bambini innescando quel terribile “conflitto di lealtà” che gli psicologi dell’infanzia ben conoscono e che, spesso,  anni di mediazione famigliare non riescono drammaticamente a ricomporre.

Di donne che denigrano la figura del padre, la umiliano, la calpestano, la negano, manipolando i sentimenti dei loro bambini attraverso una maternità depravata usata letteralmente come potere distruttivo verso chi, a torto o a ragione, le ha in qualche modo ferite o tradite, ma non per questo legittimate a usare i figli come clave o come pugnali per vendicarsi di veri o presupposti torti subiti.

Queste donne non uccidono fisicamente gli uomini, ma moralmente lo fanno e, attraverso vere e proprie azioni persecutorie, spesso fomentate da sentenze e avvocati inadeguati, decretano per loro una sorta di morte esistenziale dalla quale alcuni non riescono più a riprendersi.

Ho conosciuto diversi padri che i loro figli hanno dovuto “partorirli” nel corso di lunghi anni, fra mille tribolazioni e umiliazioni, quasi sempre costretti a vedersi limitare la loro autorità e dignità genitoriale con umilianti limitazioni ed espressioni come il “diritto di visita”, loro concesso da una legge che è decisamente troppo sbilanciata a favore delle donne: altro che i nove mesi di gravidanza e le doglie del parto!

Gli uomini a volte patiscono queste umiliazioni fino alla maggiore età dei figli, sotto lo sguardo impietoso di madri che infieriscono sui sentimenti più intimi e profondi che legano un padre al figlio e un figlio al proprio padre.

 Viviamo tempi dove ci illudiamo di costruire e di comprendere il presente senza conoscere la storia.

Donne, rispettate voi stesse e sarete rispettate. Studiate la storia e farete la storia. E saprete rispondere alle domande dei vostri figlioli, giacchè l’uomo è e sarà sempre ansioso di conoscenza, così come dice Dante: “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, mi disse la poetessa e scrittrice Elena Bono in occasione di un colloquio che ebbi con lei il 1 Marzo 2011, tre anni prima della sua morte avvenuta il 26 Febbraio 2014, all’età di 93 anni.

Di solidissima formazione culturale classica, la Bono ebbe molto chiara la sua identità ed il suo ruolo di donna nel mondo e nella società, sia come testimone del Vangelo, sia come scrittrice, sia come cittadina italiana impegnata a combattere per i valori umani, civili e cristiani nei quali credeva. “Siamo figli del nazismo!” – mi diceva negli anni ’90 , quando l’avevo appena conosciuta e iniziai a frequentarla.

Mi sembrava una affermazione davvero bizzarra, ma oggi capisco sempre più quanto quelle sue parole fossero profetiche, perché questa sua consapevolezza veniva dai tempi della fine della guerra, quando scrisse , nella sua poesia “Tempo di Dio” questi versi: “Ora bisogna ricreare il mondo / in ciascuno di noi / o finiremo. Ricordarci la nostra somiglianza con Dio / e indurre Dio a ricordarla(Poesie Opera Omnia E-book, pag. 121).

A sostegno della sua affermazione, oltre alla sua personale esperienza come staffetta partigiana e alla sua vocazione e sensibilità artistica, la Bono mi portava un libro di storia curato da Indro Montanelli e Mario Cervi in cui si descriveva la formazione che ricevevano gli uomini scelti per entrare a far parte del famigerato reparto speciale delle SS: venivano educati alla morte, a distruggere con le loro mani ciò che prima veniva loro imposto di curare  per mesi (un animale, un giardino, una pianta), senza provare il minimo rimorso o dolore, anzi provando una sorta di perverso godimento.

Viviamo tempi in cui la frase “di mamma ce n’è una sola” non ha più significato.

Ieri mattina mentre mi trovavo in un piccolo ufficio postale di paese, in un clima dove ancora le persone parlano fra loro, si sorridono, si raccontano, l’addetto delle pulizie entra e porta all’impiegata un ramoscello di mimosa, in segno del suo amore e stima per le donne.

Racconta del forte legame con sua madre che, per far nascere lui e suo fratello gemello, stette 9 mesi a letto, “appesa come un salame e con un cerchiaggio” per non perdere i bambini che portava in grembo. “Abbiamo rischiato tutti e tre di morire – ha detto. Mia madre aveva perso molto peso. Ma grazie al suo coraggio, al suo sacrificio e alla sua fede siamo tutti e tre vivi”.

Un giovane operaio allo sportello, dopo aver ascoltato, dice: “Grandioso! Io ho molta stima per le donne, davvero. E poi la mamma è sempre la mamma. Ce n’è una sola”.

Al chè ho sentito come un brivido lungo la schiena e mi sono detta: “Per quanto tempo ancora una frase così avrà senso?”.

Già oggi nascono bambini da madri surrogate che poi cedono i loro figli a due uomini che ne diventeranno genitore 1 e genitore 2 o padre 1 e padre 2. Già oggi, con la fecondazione eterologa, è sfumato il significato di essere mamma: sono mamme le donne che portano in grembo un bambino, anche se concepito con un ovulo non proprio, oppure sono mamme le donatrici di ovuli? O forse lo sono entrambe?

E’ vero che esiste, ed è poi la parte più profonda, la maternità spirituale, che non riguarda solo le donne consacrate, ma ogni donna; tuttavia questa maternità non comprende il dato biologico e neppure lo sublima: l’esperienza di concepire e di portare nel proprio grembo, nella propria carne, una vita che nasce, cresce e si sviluppa fino al completamento del bambino che verrà al mondo, non può essere in alcun modo compensata o sublimata con una maternità spirituale.

Ogni essere umano ha ed avrà sempre un legame imprescindibile con l’utero materno, perché le sue cellule e la sua carne si sono formate con le cellule e con la carne della donna di cui si sono nutriti all’interno della placenta.

Solo che oggi tutto questo, in nome dei diritti delle donne, in nome dei diritti dei gay, in nome della modernità e di un supposto diritto a diventare genitori a ogni costo (letteralmente), gli Stati laici e moderni hanno varato leggi che stabiliscono arbitrariamente la liceità di concepire la vita umana in modo tale da creare “ferite che non si rimarginano”, come ha detto in una intervista su TEMPI.IT Stephanie Raeymaekers, bambina nata in provetta, pubblicata nel Giugno del 2015, ma assolutamente attuale e meritevole di essere riproposta.

Per descrivere se stessa, Stephanie ha detto: «Io sono un prodotto comprato al supermercato dal quale è stata tagliata via l’etichetta».

Sogno una festa della donna dove la donna riscopra la sua più alta e insostituibile vocazione: difendere, custodire, dare la vita in armonia e insieme all’uomo. “Ciascuno dei due sessi, con uguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e della tenerezza di Dio. L’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne (Gen, 2, 24). Da tale unione derivano tutte le generazioni umane”. [4]

di Stefania Venturino

 



[1] Edith Stein  (Santa Teresa Benedetta della Croce, Compatrona d'Europa - Breslavia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, 9 agosto 1942 )- “La donna” – Ed. Città Nuova pg. 52.

[2] Genesi 1, 26-28- “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, su tutta la terra e su tutti i rettili che si muovono sulla terra”. E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. E Dio li benedisse e disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi  e riempite la terra e sottomettetela e siate padroni dei pesci del mare e degli uccelli del cielo e di tutte le bestie che si muovono sulla terra”.

[3] Op. Cit. pag. 69.

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica E-book n. 2335 , pag. 1408.

 

 

 

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