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titolo 2018-11-08, Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo (Gal.1,10)

Riflessioni di una donna sulla Chiesa di oggi.

“Se cercassi ancora di piacere agli uomini,
non sarei servo di Cristo”. (Gal, 1,10)

A proposito dei cambiamenti in atto oggi nella Chiesa e del nuovo linguaggio adottato, mi ha fatto riflettere l’articolo di Andrea Zambrano sulla Nuova Bussola Quotidiana  Tavolo di dialogo: Quale presenza per i giovani LGBT nella chiesa?” che si terrà nel santuario di Santa Maria del Fonte di Caravaggio (Diocesi di Cremona) il prossimo 18 Novembre. L’autore si pone delle domande circa il senso, la finalità ed il titolo di una simile iniziativa, e cita Ratzinger che, in una lettera ai Vescovi del 1986 diceva: “…nessun programma pastorale autentico potrà includere organizzazioni nelle quali persone omosessuali si associno tra loro senza che sia chiaramente stabilito che l’attività omosessuale è immorale”. Mettendo a confronto il titolo del “tavolo di dialogo” con le indicazioni di Ratzinger, è evidente che lo stesso argomento viene affrontato con linguaggi molto diversi fra loro, che presuppongono posizioni di partenza ed obiettivi altrettanto diversi. Ma che effetti e che potere hanno nella percezione e comprensione pubblica il nuovo linguaggio ed il nuovo stile di comunicazione della Chiesa? 

Aldo Maria Valli, in un suo recente articolo,  Elogio della nostalgia, dice di aver sentore che non solo lui, ma molti altri cattolici, non si sentano più a casa loro all’interno della Chiesa ed, essenzialmente, questo nasce anche da un linguaggio che non viene più riconosciuto come autenticamente cattolico. Parole e concetti come quello della “fragilità”, del “dialogo”, dell’”accoglienza”, dell’”inclusività”, della “creatività”,  dell’”apertura”, dell’”uscita”, dell’”empatia”, sono divenute la cifra di uno stile comunicativo che è anche stile pastorale, e che non sempre risulta chiaro nelle sue implicazioni ed effetti dottrinali e morali. Mi sentirei di sottoscrivere integralmente le osservazioni di Zambrano e di Valli e questo non è scontato e mi fa riflettere: possibile che questo comune disorientamento sia una coincidenza o semplicemente il frutto un po’ acido di menti chiuse e rigide? Me lo chiedo sinceramente e, sinceramente, mi lascio interpellare da questa domanda, mi metto in discussione, ascolto e leggo senza pregiudizi le diverse opinioni su questo tema, non cerco conferme del mio sentire o la giustificazione dei miei punti di vista: cerco la Verità.

Attraverso un linguaggio moderno e sicuramente capace di sintonizzarsi molto bene con le frequenze che usa mondo, il quale apparentemente plaude e sembra aprirsi alla proposta di vita cristiana, la Chiesa rischia però di perdere la sua peculiarità, la sua unicità, la sua identità, la sua alterità, la sua originalità, la sua trascendenza, la sua forza trasformante e salvifica. Cresce quindi, accanto ad un certo successo mondano, amplificato sui media, un senso crescente di spaesamento e di divisione all’interno del mondo cattolico. Mi chiedo: chi se ne sta seriamente preoccupando? Quello cui assistiamo ultimamente nella Chiesa sembra più uno scontro ideologico e di potere, che una vera battaglia per la salvezza delle anime.

Tornando all’articolo di Zambrano, a me pare che  intavolare un dialogo con i giovani LGBT significhi piegarsi ad un modo di pensare che è mal fondato in radice e scendere su un terreno minato dove la dialettica è contraffatta in partenza: 1) perché l’acronimo LGBT etichetta le persone in base al loro orientamento sessuale, mentre ogni persona umana, intesa cristianamente, è ben altro e ben oltre il suo orientamento sessuale!; 2) perchè accettando di dialogare su premesse mal poste, si stigmatizza  e si assolutizza l’immoralità dell’attività omosessuale come se fosse l’unica attività in ambito sessuale ad essere immorale, mentre sappiamo bene, per esempio, che anche l’adulterio è un peccato gravissimo e che alla castità sono tenute tutte le persone di fede cristiana, etero od omo-sessuali che siano.

Se la Chiesa si incammina in un percorso che implicitamente ammette la legittimità di rapporti omosessuali significa, a rigor di logica, aprirsi anche ad altre varianti morali sul tema della sessualità: si può “pretendere”, per esempio, che una giovane donna abbandonata dal marito resti fedele al matrimonio? Umanamente, una richiesta del genere sarebbe effettivamente inaccettabile, ma non se ci si fida di Dio e della Chiesa riguardo alla indissolubilità del matrimonio, non se si approfondisce seriamente la grandezza del sacramento del matrimonio. Nella concretezza della vita certamente ognuno di noi fa quello che può e nessuno può giudicare nessuno. Ma sapere cosa è la verità dell’amore umano, conoscere la vera bellezza dell’amore secondo il piano di Dio, è fondamentale per orientarci nella nostra crescita umana e spirituale, e per il nostro cammino di santità. Chi, sulla faccia della terra, se non la Chiesa, può dire agli uomini che la Verità non è una opinione soggetta alle mode e ai mutamenti della società, ma è la Rivelazione che tutti noi dobbiamo sforzarci di ascoltare e di corrispondere per il nostro vero bene? A proposito dell’amore perfetto, Santa Teresa di Gesù, Dottore della Chiesa, nel “Cammino di perfezione” (Ed. OCD, 2005, pag. 570) dice che il vero amore consiste nel volere non solo il bene dell’altro, ma volere che l’altro si santifichi e salvi la sua anima: “…Se queste tali anime amano una persona, desiderano subito che ella ami il Signore e ne sia riamata, perché altrimenti, come esse sanno, il loro amore non potrà essere duraturo. Questo affetto costa loro assai caro, perché non vi è nulla che non siano pronte a intraprendere per il maggior bene delle anime che sentono di amare…”. Hanno ancora senso e trovano ancora posto, nel linguaggio della Chiesa di oggi, i Dottori della Chiesa,  il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa? Oppure tutto questo è destinato a restare lettera morta perché considerato anacronistico, idealistico, sganciato dalla vita reale della gente e quindi, quasi quasi, alienante?

Personalmente ho conosciuto una Chiesa che mi ha dimostrato esattamente il contrario: cioè che la Verità rivelata e testimoniata da Cristo rende l’uomo libero e realmente sé stesso. Seguendo gli insegnamenti e le indicazioni morali della Chiesa l’uomo e la donna ritrovano la loro vera identità, cioè l’essere stati creati da Dio a sua immagine e somiglianza.  Sediamoci pure insieme a tutti attorno ad un tavolo e parliamo liberamente di tutto, anche di omosessualità: ma la Chiesa non è un interlocutore fra gli altri, la Chiesa è innanzitutto MAESTRA, come Gesù è stato, è e sarà sempre MAESTRO, RABBUNI’. Oggi la Chiesa sembra quasi aver paura del giudizio del mondo, misconosce la sua origine e missione divina per mostrare al mondo un volto più “empatico” che tuttavia, secondo me, ne confonde i veri connotati.  Me ne rendo conto parlando con la gente: quello che capiscono è che con questo Papa finalmente la Chiesa è più aperta,  ammette la convivenza, che non giudica gli omosessuali, finalmente dà addosso ai cristiani da pasticceria, ai preti carrieristi e alle suore zitelle. Ovvio che si tratta di una semplificazione mediatica che finisce per confondere, a mio avviso, il magistero del Papa, ma questo i media fanno passare, questo i social sintetizzano, e questo tanta gente capisce. Dopodichè, ciascuno continua a fare la vita di sempre, perché si pensa che la Misericordia di Dio sia svincolata dalla Sua giustizia e dalla necessità di cercare la Verità e di abbracciarla.

Mi sono chiesta se l’essere empatico sia stata una caratteristica della vita e della personalità di Gesù:  ma se penso a Lui a me non viene in mente la parola empatia (che peraltro nel Vangelo non esiste), ma la compassione, la sapienza, la preghiera, il sacrificio. Empatia è un vocabolo preso in prestito dalla psicologia e dal counselling, è una parola chiara ed efficace per esprimere la capacità di entrare in contatto con il sentire dell’altro,  ma messa in bocca ad un cristiano ha un che di superato, di inadeguato, di improprio. Gesù non si è limitato ad incarnarsi per salvarci, non è stato solo uno di noi, in mezzo a noi: Gesù è salito sul Calvario ed è morto in Croce per noi. La Sua morte e Resurrezione è al centro della fede cristiana. Questo fatto è stato, è e sarà sempre uno scandalo per il mondo, che susciterà sempre la strenua opposizione dell’uomo mondano, perché il Crocifisso ci mette di fronte ad una chiamata che ci spaventa, ci mette di fronte sia alla nostra abissale miseria ed impotenza (senza di Lui non possiamo fare nulla) sia alla infinita misericordia ed Onnipotenza di Dio.

 Gesù è la Verità. Seguirne le orme significa non solo conoscere la Sua pace e la gioia della vera libertà, ma caricarsi ciascuno della propria croce e andare dietro a Lui, insieme a tutti i suoi discepoli. Una prospettiva che umanamente non si riesce a comprendere nè ad accettare, ma che nella fede assume tutto un altro significato, tutta un'altra prospettiva, che è quella legata al peccato originale e alle sue conseguenze tragiche, alla Redenzione e alla vita eterna.

Chi, se non la Chiesa,  può parlare agli uomini di oggi, proprio di oggi, della vita soprannaturale, del Giudizio, del Paradiso, del Purgatorio e dell’inferno?

Una Chiesa sovraesposta nei mezzi di comunicazione rischia di finire nel tritacarne del circo mediatico e dei social, dove tutto viene consumato in tempo reale e, conseguentemente, in modo passionale e frenetico. I tempi  e gli spazi dei media, però,  non sono i tempi e gli spazi dell'anima: l'anima ha bisogno di silenzio e di vuoto per fare spazio alla Parola e all'intervento di Dio nella sua vita.

La Chiesa non può rinunciare al suo primato di guida morale e spirituale in nome di non meglio precisati atteggiamenti di ascolto, inclusività, apertura. Il messaggio di fondo che, sempre attraverso i media, sta passando è qualcosa che suona così: "Quello che conta è volerci bene, vivere insieme, aiutarci, tutti insieme, senza escludere nessuno, perchè in questa solidarietà ed empatia umana c'è già Dio. Il resto, verrà da sè".

Ma a me pare una scommessa azzardata.

Per quanto ho capito, la prima forma di carità è proprio quella di illuminare le coscienze nella Verità ed aiutarle ad uscire dalle tenebre dell'errore e del peccato.

Se, come cristiani, non abbiamo il coraggio di "scontrarci" con il mondo, per amore di Verità, non so proprio come potremmo essere certi di amare davvero il prossimo e di fare la volontà di Dio.

Si inseguono i numeri di contatto, i "like" o i follower come se questi numeri grandi garantissero non solo il successo di un evento, di un profilo social o di un tweet, ma l'autenticità e l'efficacia dei contenuti e della comunicazione. Se certe ed ormai collaudate strategie di comunicazione, di persuasione,  di ricerca del consenso o di gestione dei conflitti valgono e funzionano in ambito politico, sociale e commerciale, non sono certa che si possano applicare altrettanto efficacemente quando si tratta di evangelizzare. Anzi, il risultato è qualcosa di strano, qualcosa che assomiglia all’annuncio del Vangelo, ma che forse soffoca lo Spirito Santo.

Pensare di cavalcare e di governare le potenzialità della rete, dei social e dei media per evangelizzare è una idea seducente, ma molto difficilmente verificabile, specie poi in ambito spirituale.

Il Santo Padre dice di preferire una Chiesa incidentata ad una Chiesa chiusa in sé stessa; ci chiede di uscire, di stare in mezzo alla gente, di dialogare con tutti, senza giudicare nessuno. Si tratta di indicazioni buone e giuste. Ma poi forse non si preoccupa abbastanza di equipaggiarci e di prepararci per affrontare con le armi della Fede le vere battaglie della vita. Forse pensa che il popolo di Dio sia tutto ben formato e confermato nella fede, ma abbiamo sempre bisogno di essere formati e confermati, specie oggi, che le seduzioni della modernità sono davvero molto forti e pervasive.

Non basta abbracciare un uomo per salvarlo, non basta sfamarlo e vestirlo, non basta curargli le ferite: tutto questo è necessario, ma non sufficiente. Oggi più che mai occorre, per quanto possibile, liberare l'uomo dalla menzogna e dalle false salvezze, portandolo a Gesù, Via, Verità e Vita.

Qualche giorno fa, entrando nella bellissima Cattedrale di Ferrara, il mio sguardo ha subito cercato il Tabernacolo, perchè lì so di trovare LUI: il Signore è, e resta sempre, anche nelle tempeste e nonostante i nostri tradimenti e miserie, il Signore della Storia e il Capo della Chiesa, attorno al quale potremo sempre ritrovare noi stessi, la comunione con Dio e con il prossimo. Prostrandoci in adorazione davanti a Lui, confido che potremo sempre sentirci a casa, anche se della casa che conoscevamo prima, che ci ha guidati, ammoniti, formati, protetti, salvati, oggi stentiamo a riconoscerne i profumi di un tempo, i contorni precisi.

Stefania Venturino

7 Novembre 2018

Memoria di tutti i Santi della Famiglia domenicana

 

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